askatasuna, un confine, la violenza e non potersi strofinare gli occhi.


ma dimmi perché devi andare a baccagliare coi pulotti, mi dice marghe. siamo seduti al chiosco del campus, a pochi metri dall’aska, dove sabato si è fatta guerra. oggi è tutto tranquillo; è martedì e sono passate giornate intere. corso regina è attraversato dalle macchine, i negozi sono aperti, gli studenti si alternano entrando ed uscendo dall’università. non rimane che un fantasma di quella guerra, e forse neanche quello. forse è uno spettro solo mio, solo nostro, che se non lo sai non lo noti. ti ho preso un souvenir, mi dice mia sorella indicando la tasca dello zaino dove tiene un bossolo di lacrimogeno. ma dov’è precisamente l’aska?, chiedo; che io alla fine in questa città ci abito da poco, pochissimo, e quel luogo mi è reale solo su un piano ideale: non ci sono mai stato. neanche sabato. soprattutto sabato, in effetti: quando per arrivarci avrei dovuto percorrere un sentiero lastricato di manganelli, proiettili di gomma, idranti e aria irrespirabile. ero lì tra gli altri, naturalmente: un puntino nero tra i tutti.

oggi percorro quei pochi metri di marciapiede che mi separano da askatasuna, osservando i fondini tondi e i bossoli che, ancora in gran numero, punteggiano la strada. chissà quale di questi ha fatto lacrimare me. cerco con gli occhi un segno, una traccia che mi faccia capire dov’era la camionetta in fiamme. sabato non l’ho vista. ho visto il fuoco, certo, e il fumo. oggi però non colgo niente: che abbiano già tolto tutto?

uno sbarramento di camionette e militari mi guida nel riconoscere l’edificio. sembra un castello sotto assedio o la carcassa di un drago ucciso da cavalieri convinti di essere i buoni. faccio il giro dell’edificio. una, due, tre, quattro camionette. tre normali, una multiblindata. due volanti classiche, una terza parcheggia mentre conto. la maggior parte degli agenti sono dentro i veicoli; a scaldarsi, immagino. mi avvicino a una delle camionette sul retro dell’edificio, dove due agenti sono appoggiati al cofano e guardano uno il cielo e uno il corso. scusate, voi eravate qui sabato?, chiedo. mi serve sapere che gli posso parlare. mi serve umanizzare questa gente con le parole perché so che per me non sono che divise, ormai. e io, d’altronde, per loro non sono che l’ennesimo corpo indistinto in un mare di corpi, l’ennesima macchina fotografica che se si rompe o se si bagna non è un problema. sono loro che mi deumanizzano per primi, penso sempre. magari non oggi, non mentre sto così, davanti a loro, in veste di individuo, ma quando sto in mezzo ad altre persone in veste collettiva allora sì, il che è anche peggio. ma è un pensiero comodo e non voglio cadere nella dinamica inversa. io ho il privilegio di poter non voler deumanizzare, e non voglio rimbambirmi neanche con la retorica del “siamo tutti umani”, che ci allontana dall’essere bestie, che pone un muro di senso che mi impongo di abbattere. i due si guardano e mi guardano, un po’ interdetti. sono giovanissimi, forse non hanno neanche la mia età. la porta del blindato si schiude e altre teste iniziano a fissarmi. teste più vecchie e meno gentili. io non c’ero, mi dice il ragazzo che guardava il cielo. me lo dice con una voce molto più fioca di quanto mi sarei aspettato. me lo dice timidamente, quasi ritraendosi. non mi guarda. neanchioceroperché?, mi chiede l’altro. e me lo chiede proprio così: tutto attaccato, in un unico suono, con voce acuta. mi viene quasi da ridere. vedo affollarsi altre teste dentro la camionetta. sto qui davanti a loro, nella mia giacca da sci e con il mio marsupio fucsia. a me viene da ridere perché vedo loro timidi, impacciati. sono armati fino ai denti, sono in tanti; questi due hanno le pistole alla vita e sembrano implorarmi con gli occhi di andarmene. riprendo il mio giro ma mi rendo conto che, oltre alla rabbia, nei loro confronti provo pena. vorrei chiedere se non hanno mai desiderato una fraternità diversa dal cameratismo, una comunità diversa da quella della divisa e più simile alle collettività che combattono. vorrei chiedere se hanno mai avuto un dubbio, se abbiano capito a che tipo di drago morente stanno oggi facendo la guardia, da cosa lo stanno proteggendo o per quale motivo lo stiano sopprimendo.

la mattina dopo la manifestazione, la domenica mattina, l’ho passata a raccogliere stralci di realtà: i giornali raccontano i fatti tutti allo stesso modo, pochissimi riescono o vogliono dare profondità e prospettiva al racconto. c’è un poliziotto ferito, un poliziotto pestato e la piazza è criminalizzata, la piazza è delegittimata perché ha usato violenza. siamo così diseducati alla violenza! siamo abituatissimi e assuefatti a tanti tipi di violenza al punto che spesso neanche ci accorgiamo di viverla, perpetuarla, abitarla. l’unica che riusciamo a riconoscere e moralizzare è quella fisica, e neanche sempre. chissà se a qualcuno importa davvero della sorte di quel poliziotto pestato, mi chiedo calciando via l’ennesimo bossolo. a nessuno importa cosa facesse prima (si era staccato dagli altri per manganellare due manifestanti, uno caduto a terra. io non l’ho visto ma lo racconta Rita Rapisardi, che era lì a pochi metri, in quel momento), a tutti importa certamente il dopo, perché è funzionale ad una narrazione. in fin dei conti, è reale solo quello che viene narrato.

è questo che vedo anche oggi, mentre passeggio su questo confine, in questo spazio potentissimo perché si è fatto luogo attraverso decenni di socialità e politica dal basso, e che in una giornata è stato risignificato prima in territorio di conquista e poi in trincea. delle manifestazione, degli scontri, la stampa parla sempre e solo in maniera compatta. leggendo solo i titoli delle prime pagine, domenica, non avrei saputo indovinare lo schieramento del giornale: non avrei saputo distinguere Libero da Repubblica, il Corriere dal Fatto Quotidiano. un solo modo di vedere, un solo modo di narrare, un solo filo narrativo. una visione poco plurale.

seguo il perimetro della scuola davanti all’aska, osservo il muro rosso con le frasi di Gramsci e i volti ritratti, un po’ sbiaditi. nel quartiere militarizzato passeggiano a passo d’oca le pattuglie. un gruppetto, ancora in tenuta antisommossa, mi supera chiacchierando. mi fermo sul marciapiede opposto e guardo l’edificio presidiato dall’esercito. osservo l’agente appoggiato al muro dall’altra parte e mi sale l’unica rabbia di intersezione che il mio privilegio mi consente: quella rabbia di ingiustizia d’oppressione. e spero che quell’uomo mi dica qualcosa: lo guardo con tutto l’odio di cui sono capace e spero che mi dica di andarmene, spero che mi chieda un documento, spero che mi odi anche lui. ma lui neanche mi guarda, neanche si accorge di me.

a passo lento mi dirigo verso la camionetta blindata. c’è un unico agente fuori, appoggiato alla portiera del veicolo. è intento a scrostare il finestrino sporco di terra, quando gli chiedo se lui sabato era qui, se lui c’era alla guerra. si interrompe e si gira verso di me; no, non c’ero, mi dice. lei è un giornalista?, mi chiede, guardando la mia macchina fotografica. questa volta sono io a dirgli di no. 

no. sono un antropologo, rispondo. l’agente è più vecchio dei due ragazzi con cui ho parlato prima. è un uomo sui cinquant’anni, una barba grigia e una voce decisamente più calma e sicura. meglio, mi risponde. fruga in tasca, raggiunge un pacchetto di industriali e se ne accende una. non so cosa sia un antropologo, ma sicuramente meglio che un giornalista, conclude. non abbiamo più niente da dirci e io mi allontano.

sbagliamo quando ci illudiamo che i fatti parlino per conto loro: i fatti non hanno parole. i fatti sono fragilissimi e vivono di interpretazioni. la realtà, oggi, è che la manifestazione di sabato è stata violenta perché quel poliziotto è stato picchiato. questa è l’unica verità narrata e quindi è l’unico fatto potente, l’unico fatto reale. poco importano i contorni, i contesti, la complessità e le sfumature. per carità, sono vere le lacrime e gli occhi gonfi che noi avevamo e sono veri i pezzi di scottex imbevuti d’acqua a tamponarci gli occhi. sono veri i bombardamenti di lacrimogeni esplosi impunemente ad altezza uomo, le persone che correvano verso il fiume e vomitavano per aver respirato un’aria tossica irrespirabile. sono veri i manganelli, e lo dimostra il sangue che, anche oggi, imbrattava la terra di nessuno davanti all’aska in corso regina, e che nessuno ha ancora lavato via. sono vere le dita rotte e i lividi di decine e centinaia di persone che chiedevano spazio. sono veri i fermi in autostrada dei manifestanti che cercavano di raggiungere torino e che sono stati schedati come disincentivo. sono vere le teste spaccate. è vero il panico, i lacrimogeni lanciati alle panche su una folla composta non da black bloc, ma da studenti e manifestanti che cercavano di riprendersi. siamo veri noi che ci perdiamo mentre la gente spinge. è vera la nostra paura ed è vero che ci siamo dati la mano per non perderci, perché perderci in quel contesto può voler dire cose che non vorremmo mai verbalizzare. tutto questo è vero, tutto questo è accaduto, ma non è reale. non è reale perché nessuno lo racconta, nessuno lo narra, perché narrarlo vorrebbe dire ammettere una realtà complessa e plurale. vorrebbe dire riconoscere un corpo politico che non fa casino per il gusto di fare casino; un corpo politico con delle idee per le quali farebbe di tutto, anche farsi male. rischierebbe la repressione e la violenza. vorrebbe dire guardare negli occhi un corpo politico che abita la violenza sistemica perché è l’unico modo che ha per vivere.

mi torna in mente un passaggio del sergente nella neve, dove Rigoni Stern, camminando nella steppa, si rende conto che ai lati del suo sentiero ci sono dei cadaveri. non voglio guardare, ma loro ci sono anche se io non guardo, dice.

il centro non guarda, ma il margine esiste comunque.

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