la comanda è quasi pronta


stare. osservare il cielo senza niente da fare. tagliare. pezzi di salame, morsi di grana, pane. questa è casa mia ed è meglio delle vostre, dice sogghignando, e lo intende davvero. un velo di serietà negli occhi, come a dire che le cose dall’odore di terra e di erba bisogna anche meritarsele. c’è il suono dell’acqua, che è ciò che tutti meriterebbero di sentire, e troppi neanche sanno che spesso è tutto ciò che manca. alberi. guardiani immensi che a noi non devono niente, e comunque si fanno presenze perché dalla nostra assenza, saggi, hanno già capito tutto. luce. quella delle frontali: squarci bianchi e rossi che distruggono il candore del buio, l’innocenza della notte, la santità delle mancanze. stelle. troppo cantate, troppo potenti e impotenti, essenze alle quali, svogliati, ci rivolgiamo senza mai intendere davvero preghiera alcuna; ingrati di ciò che, inevitabilmente, nel loro distacco non mancano di insegnarci. contorni. tutto ciò che resta, tutto ciò che rimane e rimarrà sempre; perché nessuno è mai cieco davvero, perché a nessuno basta mai niente sul serio. denti e gengive. ciò che mentre mangiamo e ridiamo scopriamo. e non vorremmo altro, sul serio non vorremmo altro che sbucciarci nocche e ginocchi, insanguinare rocce e scavigliarci su questi alti prati per sempre. ora la comanda è quasi pronta, urla; crolleremo ancora sporchi e ansimanti tra tende, chiodi e tiranti. l’aria fredda ci accarezza dall’alto tra queste pareti immense, ma il segnale è chiaro. quando la pelle si consuma bisogna farsene altra o farsi andare bene la carne viva che c’è.



siamo i conquistatori dell’inutile che neanche l’inutile riescono a conquistare. deponiamo le armi: non vale la pena versare sangue. nella nostra patetica e stupida saggezza, di fronte alla bellezza ci siamo limitati al versamento di lacrime.

gente indipendente


nel tentativo di assomigliare alle stelle, abbiamo coperto la terra di luci.

ci stupiamo degli spazi vuoti. i disegni dei lampioni, le finestre, le case; dall’alto di un aereo compongono costellazioni imperfette e orribili, più simili agli alfabeti umani che agli astri. gli spazi vuoti e neri ci fanno trasalire: assenze di città, assenze di ciò che a noi è odioso e simile.

dall’alto della montagna quegli spazi vuoti li cerchiamo febbrilmente. godiamo nel vedere di non saper vedere. quando è ora del silenzio spegniamo volentieri torce e candele, frontali e fuochi; ricerchiamo un tipo di buio che solo certi luoghi sanno garantire. il buio delle alture è pregno di un mistero che non ha nulla di mistico, non ha nulla di spirituale. è un buio pienissimo: esiste anche ciò che non so vedere. rimette a noi i nostri debiti, e non abbiamo più alcun debitore a cui rivolgerci per alleviare la pena.

esistono tanti motivi che spingono l’umano a cercare quel buio. il mio preferito è il gioco. giochiamo a fare la gente indipendente. possiamo tutto. possiamo attraversare le montagne e sopravvivere. diventiamo arroganti e spenti a pensare di poterlo fare sempre, senza rischio alcuno. diventiamo sciatti e disattenti quando pensiamo che dall’alto riceveremo sempre una grazia. diventiamo a un tratto molto sapienti quando vediamo di saper riconoscere cime, dare nome agli alberi, indicare le rocce. ci carichiamo la legna sulle spalle, scaldiamo cibo povero in povere gamelle e fornelletti perennemente scarichi. imbruttiamo volutamente: la barba ci cresce, le guance ci si ustionano, il naso ci si spella, i capelli ci diventano rovi. ci pare, nella nostra bruttezza, di diventare belli: arroganti, sentiamo che a quel modo potremmo forse appartenere di più a quel mondo. ma sbagliamo. non è quel mondo a renderci così, sono piuttosto il tempo e il sole. il tempo è una dimensione tutta umana, il sole ha scelto di esserci lontano. ci capita poi, quando torniamo a casa, in basso, di accorgerci dell’inganno a cui abbiamo preso parte. di fronte a uno specchio ci tagliamo la barba, ci incremiamo guance e nasi, i capelli lavati. ma quando siamo ancora nei sacchi, abbarbicati su rocce fredde e cieli capricciosi, ci sembra che quel buio che tanto cerchiamo possa perdonarci i nostri giochi. ci sembra, forse, che se rocce e cieli possono essere freddi e capricciosi, anche noi potremmo esserlo senza essere ridicoli. giochiamo quindi ad essere sporchi, ad essere brutti, e fingiamo che sia proprio quel mondo a richiederci così. giochiamo ad essere forti, a saper sopportare lunghi cammini. giochiamo con il nostro sangue: soffiamo sul granito sperando che quello ci squarci le dita e si tinga di noi. giochiamo ad essere violenti e disperati. ci immergiamo in acque gelide, consci che quel che per noi è gelo per altri descrive il quotidiano. ci capita anche di chiederci dove stia di casa quel buio. fasciati in grosse giacche, a neve spalata, osserviamo cieli color dei mandarini, e aspettiamo che il buio si faccia corpo. quando infine si palesa, lo scrutiamo. mal sopportiamo i riverberi e i riflessi lattiginosi che la valle ci manda. indeboliscono quella presenza che ormai umanizziamo.

in un momento di assoluta vanità ci siamo pensati saggi per non temere il buio. io non ho paura del buio, ci siamo detti. ora sappiamo che anche nella pienezza possono annidarsi paure. che il buio è duro e forte finché non arriva l’alba. sappiamo che sapere non equivale a conoscere, che guardarsi dentro non equivale a volersi bene. quando oggi ripensiamo a quel momento di vanità proviamo vergogna, ricacciamo indietro il ricordo e pensiamo ad altro. e nel nostro perenne giocare, fa bene ricordare che anche i lupi, che abitano tutti i bui, sono sempre fatti di pelo, carne e sangue.

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